Roberto Mancini, un lungo addio

Mancini resta, Mancini va via, Mancini vuole Yaya Touré, Mancini vuole fare il mercato, Mancini vuole Gregucci, Mancini vuole il rinnovo, o almeno la buonuscita. Il rapporto tra Roberto Mancini e la nuova proprietà nerazzurra, non è mai decollato. Suning non ha scelto l’allenatore jesino, bensì l’ha ereditato quando ha acquistato l’Inter, d’altro canto il Mancio non ha mai fatto mistero di non gradire il modo di agire dei nuovi padroni. L’ormai ex allenatore nerazzurro ha avanzato le sue pretese, inerenti il poter incidere nella scelta dei nuovi acquisti e su chi debba partire, a livello teorico pretese anche legittime per chi si appresta a guidare un gruppo, ma una volta incassato il deciso no della dirigenza per il giocatore oggetto delle sue attenzioni (Tourè), l’atteggiamento del tecnico è mutato. La pretesa del mister di contare qualcosa nelle scelte societarie non è assurda, del resto il gruppo avrebbe dovuto essere lui a guidarlo, legittimo che incidesse almeno nelle indicazioni dei profili dei giocatori. Eppure, nonostante questa premessa, Roberto Mancini è riuscito a passare comunque dalla parte del torto in modo abbastanza agevole. Affrontare le domande dei giornalisti con risposte ambigue o monosillabi, gridare al mondo la propria disperazione per il mancato arrivo di un centrocampista di trentatré anni, unito al pretendere il rinnovo del contratto in scadenza, ha peggiorato il rapporto tra allenatore e società, in modo definitivo.

Mancini non ha scuse per come si è come comportato: la scorsa stagione, nonostante abbia avuto poteri da caudillo è riuscito a fallire l’obiettivo stagionale, arrivando ad assumersi le proprie responsabilità solo a stagione finita, dopo aver delegittimato più volte i suoi stessi giocatori. Quest’estate non ha saputo far altro che criticare con delle risposte indisponenti la nuova società, alla fine dei conti la rottura del contratto non poteva che essere l’epilogo più scontato. Oggi però essere contro l’operato dell’allenatore oltre che la cosa più giusta, è anche la più ovvia: il tecnico ha chiaramente fallito nella sua seconda esperienza in nerazzurro, ciò su cui varrebbe la pena interrogarsi invece, è il modo di agire della nuova proprietà. Se tu, come dirigenza, non intendi mettere al centro del progetto il tecnico della squadra, allora è inutile tirarla per le lunghe aspettando che una delle due parti rompa l’indugio (in questo caso l’allenatore) dimettendosi di sua spontanea iniziativa. Si è arrivati a questa situazione a causa di un inspiegabile laissez-faire, che come unico risultato ha determinato che a meno di due settimane dall’inizio del campionato, i nerazzurri si trovassero senza guida tecnica. Si potrà obiettare, senza timore di essere smentiti, che di guida tecnica negli ultimi mesi di Mancini era sempre più difficile trovarne traccia, ma non è comunque una scusante per chi ha permesso che questa situazione potesse concretizzarsi. Saranno anche cambiate tre proprietà negli ultimi anni, ma la sensazione che si ha vedendo il modo di agire dell’Inter è sempre quella di contemplare un gigante senza testa.

Nulla da ridire sulla fine della collaborazione, un tecnico sfiduciato che non sembrava più avere il controllo del gruppo, non può essere considerata una perdita significativa, ma le scelte sono state effettuate con un ritardo mostruoso. La programmazione, la progettualità e altri termini portati avanti dalla dirigenza (a livello teorico) mal si conciliano con cambi di allenatore a pochi giorni dall’inizio della stagione, in qualunque modo si voglia vedere la faccenda della risoluzione del contratto di Mancini. E dire che di motivi per essere poco convinti della scelta di affidare la squadra un’altra stagione a Mancini, ce n’erano eccome, senza bisogno di aspettare che scoppiasse a tutti i costi la guerra tra tecnico e società quando invece si doveva già essere d’accordo da un pezzo su come procedere. Sarebbe bastato ricordarsi della stagione appena trascorsa per chiudere la seconda parentesi manciniana, dove al tecnico è stato dato un potere decisionale senza precedenti e non è riuscito comunque a cogliere l’obiettivo principale pur potendo contare su un vantaggio considerevole sulla Roma, causa falsa partenza dei giallorossi. Il Mancini bis è stato un fallimento, che ha preso il posto di un altro progetto fallito e che a sua volta si sommava ad altri fallimenti pregressi, per farla breve.

A chiunque prenderà il posto dell’irascibile jesino, a quanto pare Frank De Boer, va solo fatto un enorme in bocca al lupo, di lavoro da fare ce n’è molto, di tempo a disposizione un po’ meno.

 

 

 

Alessandro

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Alessandro
L'esistenza del calcio è di per sé un male, l'esistenza dell'Inter rende questo male sopportabile. Portiere a tempo perso, devoto a Gianluca Pagliuca e Julio Cesar, interista da prima di imparare a leggere. Trascorro intere notti a domandarmi come l'Inter abbia potuto spendere dei soldi per Ricky Alvarez.

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