Quel che resta di Inter-Atalanta

Avevo molti pensieri in testa uscendo da San Siro dopo Inter-Atalanta 2-2. Nelle ultime settimane l’Inter ha dato grandi dimostrazioni di forza, soprattutto mentale, e si era fermata solo contro la Sampdoria, in una partita un po’ disgraziata, e dopo aver dominato (senza capitalizzare) contro il Real Madrid.

La strepitosa vittoria di Firenze, con un secondo tempo di un livello da grande nottata europea, mi avevano dato la convinzione che questa squadra potesse ancora fare grandi cose.

La partita di ieri lo ha confermato. Inter-Atalanta è stata un vero spot per il calcio italiano. Per una volta frasi come “sembrava una partita di Premier League” non suonano come uno stucchevole modo di dire esterofilo. Inter-Atalanta è stata pirotecnica, votata quasi sempre all’attacco, e con molti errori dovuti all’estrema velocità di gioco. Due squadre potenti, ma anche tecniche.

Potevamo vincerla noi, e potevano vincerla anche loro. Il rammarico per il calcio di rigore sbagliato resta, ma anche loro avrebbero da recriminare. Bisogna ricordare che abbiamo subito molto ad inizio di ripresa, e l’Atalanta poteva portarsi sull’1-3. Il pari è il risultato più giusto. Dopo il 2-2 però ero sicuro che avremmo vinto, perché è questa la sensazione che dà l’Inter quando rientra in partita.

La sensazione che la forza mentale dell’Inter sia maggiore di quella delle altre squadre. E questo nonostante l’Inter non sia forte quanto lo scorso anno. I nerazzurri, anche ieri nei momenti di maggior difficoltà non sono mai davvero usciti dalla partita. E dopo solo sei giornate di campionato è una grande consapevolezza.

Alcuni interpreti sono cambiati, e continuo a pensare che nessuno dei tre assenti sia stato sostituito da un giocatore migliore. Dumfries mi piace molto, davvero, e credo avrò presto lo spazio che merita, ma non è Hakimi. Calhanoglu mi è sempre piaciuto, ma sapevo bene delle sue lunghe pause e delle sue lentezze decisionali, e non sarà mai Eriksen. Dzeko è stato uno dei centravanti migliori della sua generazione, ma la sua generazione è finita da un po’, e per quanto tecnicamente più completo e esperto non sostituirà mai la potenza fisica di Lukaku.

Resta il dubbio su Correa, che stimo tantissimo, ma dopo lo sfolgorante debutto a Verona non si è visto. E’ entrato spesso male da subentrante, dopo la logorante pausa nazionali, e nel debutto da titolare è uscito dopo venti minuti per infortunio. Al momento è ingiudicabile. Anche Dimarco, che se non è da santificare dopo un gol su punizione non può nemmeno essere crocifisso per un rigore sulla traversa. Ma in fondo, dopo sei partite di Serie A e una di Champions è troppo presto per tutti.

Ovviamente ci sono cose che non vanno. Il problema più evidente è Handanovic. Escluso la grande prestazione contro la Fiorentina, il portiere è l’anello debole. Trasmette insicurezza al reparto, e le sue scelte sono spesso goffe e fuori tempo. Le respinte sono troppo spesso difettose, e tecnicamente sbagliate. La fascia di capitano lo rende il problema diplomaticamente più difficile da risolvere, anche eventualmente nel mercato di gennaio.

Calhanoglu ha ormai finito il credito. Dopo il primo quarto d’ora del Genoa, il turco sembra sparito. In realtà è difficile trovare partite gravemente insufficienti sue, ma non ha mai il guizzo di qualità che ci si aspetta. In due parole: banale mediocrità. L’ingresso esplosivo di Vecino (e non è la prima volta) dovrebbe mettere il turco sulle corde.

L’altro problema è Dzeko. Non bastano i gol a dissipare i dubbi sulla sua tenuta atletica. Sarebbe un subentrante con i fiocchi, ma da titolare non dà molte garanzie sul lungo periodo. Ad oggi, con Correa da scoprire e Sanchez lontano da una forma accettabile, la mancanza di alternative è preoccupante.

E ora non c’è il tempo di rifiatare: martedì pomeriggio contro lo Shakhtar Donetsk ci giochiamo già un bel pezzo di stagione europea.

Mikhail
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Mikhail
Cintura nera di interismo da sempre, fonda Progetto Inter come angolo di sfogo, insieme al fratello Alessandro. Orfano di Christian Eriksen, ma sicuro che Inzaghi non possa mai essere più indisponente di Antonio Conte.