Qualcosa non va nella testa di Mancini, e anche in quella di D’Ambrosio

Qualcosa non va, alla lettura delle formazioni verrebbe da chiedersi se si è tornati indietro nel tempo con l’intramontabile DeLorean di Ritorno al Futuro, del resto il 3-5-2 con i tre mediani che agiscono a circa 7 miliardi di metri dai due attaccanti, Palacio e Icardi, è tristemente noto. Qualcosa non va, compri Eder a gennaio ignorando i tuoi evidenti problemi nella fase costruttiva, vendendo anche Guarin, mossa giusta, ma senza rimpiazzarlo, mossa cretina. Qualcosa non va, Ljajic, Perisic, Jovetic, Eder e Biabiany vengono segregati in panchina, e solo a risultato ormai acquisito (per gli avversari) alcuni di loro hanno il permesso di entrare. Se vuoi fare risultato in un campo difficile non aspetti l’ottantanovesimo minuto per iniziare a tirare in porta, insomma qualcosa non va.

Quel qualcosa, è identificabile come un insieme di certezze venute meno, dall’equilibrio di quella che è stata una squadra assai poco pirotecnica, ma comunque cinica e solida, e che pareva un gruppo coeso e guidato con astuzia, almeno nei primi mesi di campionato. Nulla di tutto questo è riscontrabile negli ultimi due mesi, si assiste semmai a un collettivo pressoché inerme, che prende ordini da un allenatore che ormai trova il suo unico piacere nello stilare formazioni prive di qualsiasi senso logico. Mancini sembra aver perso il controllo della squadra oltre che di sé stesso, lo schieramento a specchio degli avversari ne è solo l’ultimo esempio. Perché non c’è il modulo che ti fa vincere, ma se a centrocampo hai un insieme di mediani privi di fosforo, allora è inutile stupirsi per l’assenza di occasioni create nell’arco dell’intera gara, salvo aspettare gli ultimi minuti, guarda caso quando il 3-5-2 è stato messo da parte. L’Inter a Torino nel primo tempo resiste, dopo un inizio di gara tutt’altro che incoraggiante, senza neanche concedere troppo. Resiste e basta.

Ma se giochi per il pareggio, la sconfitta è dietro l’angolo: a inizio secondo tempo, dagli sviluppi di una punizione, D’Ambrosio serve di testa Bonucci solo nell’area piccola, permettendo così la rete dell’ex, che spalanca le porte all’ennesima sconfitta stagionale. Serve a qualcosa ricordare che il centrale juventino, che gode dell’immunità diplomatica e parlamentare, non sarebbe dovuto essere in campo per quanto commesso la scorsa settimana? No, non serve, perché in ogni caso la giocata compiuta da D’Ambrosio sfugge a qualsiasi spiegazione. Il copione è lo stesso di sempre, ovvero se prima l’Inter non subisce gol, allora Mancini non può operare i suoi cambi. Ljajic entra così una decina di minuti dopo la rete del vantaggio bianconero. E solo 20 minuti più tardi sarà permessa la stessa cosa a Perisic. Eppure i nerazzurri di tirare in porta non ne vorranno sapere, si dovrà attendere gli ultimi minuti di gara affinché Buffon realizzi il motivo della sua presenza, quando i gol di svantaggio saranno due.

Le domande che albergano nelle teste di noi osservatori rozzi e ignoranti sono all’incirca le seguenti: perché tenere in panchina ogni giocatore capace di creare superiorità in attacco? Perché non comprare nessuno a centrocampo, dopo averlo ridotto numericamente con la cessione di Guarin?  Perché acquistare Eder, se poi viene bocciato anche lui dopo quattro partite? Perché Gnoukouri gioca più o meno quanto Berni? Perché Felipe Melo che ha le movenze di una scrivania, è considerato un titolare? Perché D’Ambrosio ha una conformazione cranica che gli impedisce di colpire di testa in avanti? E perché Mancini non vuole saperne di litigare con Felipe Melo?

A fine partita il tecnico sceglie il silenzio stampa, motivato da un abbassamento di voce che gli impedirebbe di raccontare la sua verità. A rubare la scena al cagionevole tecnico ci pensa Ausilio, nell’insolita veste di avvocato difensore, ma non della squadra. Ausilio premette che tutte le scelte di mercato sono state concordate con l’uomo di Jesi, e che non c’è alcun problema tattico o di modulo, né che Mancini debba essere messo in discussione. E allora ecco la cara vecchia ricetta, che tanto piace nell’immediato in quanto è un viatico sempre valido per impedire di assumersi le responsabilità: le palle. Il problema della rosa nerazzurra è l’assenza di quest’ultime. Il mercato estivo ci ha consegnato un centrocampo lento e monofase? No, è un problema di palle. A gennaio si poteva comprare qualcun altro, per impedire di vedere lo stesso scempio in fase di costruzione? Macché, e poi le mezzale o i registi validi non vengono venduti a gennaio, per cui avanti con Melo e Medel che di palle ne hanno da vendere. Poi se uno ha la brutta idea di guardare la classifica, e si accorge di quanto dista il terzo posto, e quanto invece sia vicino il sesto, allora problemi suoi.

Non è difendibile comunque la squadra, l’atteggiamento di certi giocatori è passivo e sconsolante, il dubbio che addirittura qualcuno remi contro c’è. Ma da questo clima pesante da caccia alle streghe, come non è possibile assolvere la squadra, meno che mai si può sorvolare sulle ovvie responsabilità di Mancini. Il tecnico è stato accontentato, seguito e ascoltato per ogni sua richiesta, da gennaio 2015 (dall’acquisto di Shaqiri a quello di Eder) e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Possibile mai che siano tutti degli eunuchi come sostenuto dall’incazzato nero (sue precise parole) Ausilio? E anche se lo fossero, allora questi esseri inermi chi li ha voluti, chi li fa giocare? In una maniera o nell’altra, non è possibile assolvere Mancini dalle sue colpe, raramente un tecnico all’Inter ha avuto così tanti poteri ed altrettanto raramente è stato così assecondato. Sta a Mancini adesso dimostrare di essere capace di trovare il bandolo della matassa, e impedire che la stagione possa essere ancora più catastrofica di così, e chi ha buona memoria saprà che le cose possono peggiorare.

 

 

 

Alessandro

About the Author

Alessandro
L'esistenza del calcio è di per sé un male, l'esistenza dell'Inter rende questo male sopportabile. Portiere a tempo perso, devoto a Gianluca Pagliuca e Julio Cesar, interista da prima di imparare a leggere. Trascorro intere notti a domandarmi come l'Inter abbia potuto spendere dei soldi per Ricky Alvarez.

Be the first to comment on "Qualcosa non va nella testa di Mancini, e anche in quella di D’Ambrosio"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*