Perché Mancini e l’Inter hanno fallito e non hanno alibi

Cala il sipario sull’obiettivo terzo posto. Un traguardo che si è reso col passare delle settimane sempre più difficile da raggiungere, ma vista la situazione che si era venuta a creare nel girone d’andata, non può non lasciare rimpianti. Le occasioni vanno colte quando si presentano davanti, come sta facendo la Roma negli ultimi mesi e noi purtroppo, vuoi per sfortuna o incapacità (o un cocktail di entrambe), non ne siamo stati in grado. Al Torino va il bottino pieno, a noi resta solo la certezza di aver visto una partita orrenda, sotto ogni punto di vista, dallo spettacolo offerto dalle due compagini, all’atteggiamento dei giocatori, a cui si somma un arbitraggio controverso, per la gestione dei cartellini e la decisione di alcuni episodi.

Non che da Inter-Torino scaturiscano le migliori partite che si possano ricordare, anzi si potrebbe aggiungere che se le squadre di Ventura hanno un pregio è proprio quello di saper far giocare male l’avversario, con il solito 5-3-2. Mancini resta ancorato alle sue convinzioni tattiche delle ultime settimane, vale a dire il 4-2-3-1, lascia in panchina Kondogbia, assieme all’ultimo arrivato Eder, degno sostituto di Shaqiri, almeno per il modo in cui (non) viene impiegato. In campo si rivede anche Santon più spaesato che mai, e Juan Jesus che non potendosi più esibire in coppia con Ranocchia, si deve accontentare di giocare quando qualcuno non è al meglio, stavolta è toccato a Murillo. A sfondare si fa fatica, Ljajic è in una di quelle serate in cui non farebbe la differenza neanche se giocasse contro una selezione di reduci della Seconda Guerra Mondiale, Perisic è impreciso e Palacio si sbatte per tre. L’episodio che potrebbe cambiare le sorti di una partita anonima è il calcio di rigore che verrà assegnato ai nerazzurri al 17′, a causa di un tiro di Brozovic parato goffamente con una mano in caduta da Moretti. Volontario, fortuito? Di certo discutibile, ma tant’è. Icardi realizza, il primo tempo non regala particolari emozioni e si va al riposo sull’1 a 0.

Il Toro nel secondo tempo entra in campo con ben altro piglio, e va quasi subito vicino al pareggio con Belotti dopo una voragine lasciata da Juan Jesus al centro, ma è bravo Handanovic in uscita. Nulla può lo sloveno però su Molinaro, che si scopre goleador ai nostri danni (un po’ come De Ceglie lo scorso anno) e lascia partire un tiro all’angolino che non lascia scampo all’estremo difensore. Anche qui fase difensiva rivedibile, con Santon che osserva incuriosito l’autore del pareggio, senza fare nulla. Vale la pena spendere qualche riga sul prodotto del vivaio nerazzurro lanciato in prima squadra da Mourinho, perché su di lui circolano troppi luoghi comuni, che forse è meglio ridimensionare:

1) Santon è bravo a spingere.

No, non lo è mai stato, ha sempre avuto delle lacune tecniche enormi e non si è mai distinto per la fase offensiva.

2) Santon è bravo a difendere.

No, non lo è mai stato, è sempre andato in difficoltà nell’1 contro 1, e a volte dimostra di avere una certa predisposizione a perdersi l’uomo in area.

3) Santon deve giocare sempre perché italiano e giovane.

Che sia italiano è vero, che sia giovane anche, forse però se aspiriamo a tornare nelle zone alte della classifica, non dovrebbe essere considerato un titolare.

A completare l’opera ci si mette Miranda, uno dei giocatori più affidabili dell’intera stagione, che da ammonito commette un fallo inspiegabile che gli procura la seconda ammonizione. Come verrà fatto notare dall’allenatore nel consueto post-partita, la prima ammonizione di Miranda è quantomeno fiscale. Ma andrebbe aggiunto che non è stata quella a lasciarci in dieci uomini, se da già ammonito intervieni in modo scellerato, sai di rischiare qualcosa, in altre parole te le cerchi. L’Inter con l’uomo in meno si rivede in avanti, ma un colpo di testa di Icardi è ben neutralizzato da Padelli. Mancini dà le indicazioni ai suoi per vincerla: ovvero toglie Ljajic e mette Murillo (e fin qui, vista la prova orrenda del serbo è una scelta condivisibile), successivamente manda in campo Biabiany per Icardi (follia). Al Torino non rimane che aspettare il suicidio nerazzurro, l’ennesimo, per prendersi i tre punti. Ennesima voragine difensiva, Belotti sta per calciare indisturbato davanti ad Handanovic, Nagatomo è l’unico a poter intervenire, lo fa ma viene indicato il dischetto dall’arbitro. Il contatto tra i due non sembra esserci e Belotti di certo ha giocato d’astuzia, ma in termini di regolamento anche qui non può che arrivare il cartellino rosso, visto che si tratta di chiara occasione da gol. Rigore realizzato e ottava sconfitta in campionato. Vero che nella gestione delle ammonizioni l’arbitro non ha usato lo stesso metro con entrambe le squadre, ma se la direzione di gara deve essere l’alibi di una squadra con poco carattere e di un allenatore in confusione, allora è meglio che la stagione finisca qui.

Mancini ha voluto rischiare con l’atteggiamento, mettendo i 4 proverbiali attaccanti tutti assieme a discapito di Kondogbia, ha voluto prendere Eder affinché gli tenesse compagnia in panchina nelle fredde notti buie di Milano, e dopo aver frantumato le biglie per avere Telles, nell’ultimo mese ha accantonato anche lui. Le scelte manageriali del tecnico hanno portato ad accorciare la già cortissima coperta del centrocampo, e rimangono inspiegabili una volta di più, e quando ti accorgi che gli uomini da far subentrare a partita in corso che possono cambiare le sorti di una partita sono pochi, è perché qualcosa si è sbagliato anche prima. A noi tifosi non resta che rivivere l’ennesimo deja vu di fine stagione, ovvero: si aspetta la prossima campagna acquisti per far partire l’ennesima rivoluzione e via di proclami. L’ennesimo anno zero sta per (ri)cominciare, e poi fa niente se di anni zeri ne sentiamo parlare ormai da 3 o 4 stagioni, o se l’obiettivo a inizio campionato è quello di arrivare tra le prime tre posizioni, e alla fine è quello di raggiungere almeno l’Europa League. Un film già visto, purtroppo.

Alessandro

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Alessandro
L'esistenza del calcio è di per sé un male, l'esistenza dell'Inter rende questo male sopportabile. Portiere a tempo perso, devoto a Gianluca Pagliuca e Julio Cesar, interista da prima di imparare a leggere. Trascorro intere notti a domandarmi come l'Inter abbia potuto spendere dei soldi per Ricky Alvarez.

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