La triste storia di Andy van der Meyde

Quella sera all’Highbury, quando van der Meyde ha segnato quel gol, c’eravamo tutti. Era la sera in cui Toldo parò un rigore a Henry, dell’emozione del gol dopo pochi minuti di Cruz, del 3-0 di Martins, dopo una splendida azione di Emre, ma tutti ricordiamo per prima cosa, se non unica, la volèe di Andy van der Meyde (qui impreziosito dal commento euforico di Jose Altafini), e la sua iconica esultanza del cecchino.

Era il suo secondo gol in Champions, il primo lo segnò l’anno prima in Italia, alla Roma, quando giocava nell’Ajax di Ibrahimovic, e anche quello fu un gol molto bello. Il buon Andy aveva un debole per le acrobazie, pochi mesi dopo riproverà un gesto atletico simile contro la Reggina (partita vinta 6-0, ecco la sintesi), andandoci anche abbastanza vicino. In quella partita segnerà anche l’unico gol in Serie A della sua carriera, e realizza un assist per un gol di Farinos, giusto per far capire di che Inter parliamo. Cuper, che al suo arrivo pare che non lo conoscesse nemmeno, era già stato esonerato, ma van der Meyde sembrava un ingranaggio fisso anche nell’Inter di Zaccheroni ma come sappiamo, le cose andarono diversamente. Partito titolare anche nella vittoria esterna 1-3 contro la Juventus (senza per la verità incidere molto), il suo minutaggio andrà a scemare durante il resto della stagione, fino a svanire dai radar. Già a marzo alla Gazzetta dello Sport rilascia delle dure parole contro il mister Zaccheroni, reo di averlo relegato alla panchina immotivatamente, dicendo che “pur di tornare nell’Ajax sono pronto a ridurmi l’ingaggio. Preferisco giocare nel campionato di Topolino, piuttosto che fare panchina in Italia”.

Al termine della stagione Andy chiuderà con 25 presenze e tre reti (il terzo, dimenticassimo, è realizzato nel ritorno dei quarti in Coppa Italia contro l’Udinese, con un calcio di punizione fortunoso) ma Zaccheroni non viene confermato. Al suo posto arriverà Mancini, e van der Meyde sceglie di restare in nerazzurro per giocarsi le sue carte, anche se gli esiti non saranno molto diversi.

L’anno successivo realizzerà anche un altro gol piuttosto bello in Champions League, in casa del Valencia, ma la prodezza va facilmente in archivio. Questo resterà l’ultimo gol dell’ala olandese, non solo in maglia nerazzurra ma in assoluto da professionista. Del resto, la van der Meyde mania era già finita da un pezzo, ammesso sia mai davvero esistita. L’esperienza nerazzurra si conclude con la vittoria della Coppa Italia (dove van der Meyde gioca 5 partite), e un totale di 54 apparizioni e 4 reti, più una rete in una dimenticata amichevole contro il Nizza, nel 2004.

Al termine della stagione viene ceduto all’Everton, dove stazionerà per quattro stagioni, senza grossi risultati sportivi, ma passando alle cronache per ben altri problemi. Nella prima stagione, tra presunto alcolismo, depressione e infortuni, appare in campo solo 11 volte, ma sceglie di restare in Inghilterra a giocarsi le sue carte. Uno strano ricovero in ospedale per problemi respiratori, pare dovuto all’assunzione fortuita di droga in un Bar di Liverpool, gli rovinano definitivamente la carriera. Multato dall’Everton e al margine della società, giocherà solo altre 12 volte con il club nelle successive tre stagioni (di cui una senza nessuna presenza). Alla scadenza del contratto con l’Everton, Andy resta senza squadra per più di sei mesi, in una condizione atletica assolutamente insufficiente, anche per i cattivi allenamenti e le pochissime presenze negli anni inglesi. L’unica squadra disposta ad offrirgli un ultimo rilancio, ormai trentenne, è il PSV, che lo ingaggia il 30 marzo del 2010 fino al termine della stagione.

Nella sua biografia scrive che questa avventura è stata “Come tentare di mettere in moto un’auto ferma da troppo tempo: i ritmi del calcio pro non facevano più per me”. Van der Meyde giocherà solo un’amichevole con questa maglia, senza nemmeno un minuto in partite ufficiali, il suo contratto non viene rinnovato e lui annuncia il ritiro dal calcio giocato soli a 31 anni. Tenterà un’ultima, goffa, esperienza, con la maglia dei dilettanti del WKE, per poi ritirarsi definitivamente e scrivere la sua autobiografia, con le vere cause distruzione della sua carriera: sesso, alcohol, droga, animali esotici e troppi soldi in mano da subito.

Tra gli stralci più toccanti, dove racconta che gran parte dell’esperienza negativa all’Everton era dovuta ai problemi di sua figlia:

“Il tecnico Moyes pensava fossi un viziato, in realtà stavo accanto a Dolce, la bambina che avevo avuto da Lisa. Soffriva di una rara malattia all’intestino, è stata operata otto volte in due anni. Non volevo lasciarla sola. Ma ero fuori controllo; non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Era roba pesante, di quella da prendere con la prescrizione del medico. Quindi le rubavo dallo studio del medico del club. L’ho fatto per più di due anni. Poi è arrivata la cocaina, insieme a Bacardi, vino e feste in quantità. Capii che dovevo andarmene da Liverpool, o sarei morto”

Ai tempi dell’Inter, fu spiazzato dalle diverse abitudini economiche rispetto all’Ajax, e la nostalgia verso casa lo colpì praticamente subito:

“Dopo una settimana a Milano, telefonai a David Endt implorandolo di riportarmi a casa. I soldi possono anche tenerseli, gli dissi. Mi consumava la nostalgia. Passare dall’Ajax all’Inter è stato come lasciare un negozio di paese per una multinazionale. Tutto estremamente professionale, un giro di soldi pazzesco, il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori 50 mila euro a testa

Molti problemi li portò la stravaganza della compagna di allora, amante estrame degli animali, che rese casa sua praticamente uno zoo, come lui stesso racconta:

“Avevo uno zoo nel giardino di casa: cavalli, cani, zebre, pappagalli, tartarughe. Dyana, la mia prima moglie era la vera malata. Per lei rifiutai un trasferimento al Monaco: a Montecarlo ci sono solo appartamenti, mi disse, dove li mettiamo i nostri animali? Una sera scesi in garage, al buio, intravidi una sagoma imponente e udii suoni strani. Aveva comprato un cammello.”

Recentemente van der Meyde sta provando a darsi alla boxe, ed è apparso qualche volta in Curva Nord a San Siro, fino a partecipare poche settimane fa alla partitella Inter Forever – Roma Legends, disputata in un campetto fuori San Siro (qui la partita integrale), ormai irriconoscibile.

Segue ancora con un certo affetto l’Inter, come ha ammesso recentemente, e nonostante il suo fallimento in nerazzurro (e non solo) è impossibile non volergli bene, e abbandonarsi un po’ alla nostalgia, e pensare che quel gol all’Highbury lo abbia in qualche modo reso immortale. Ho ancora una maglietta di van der Meyde, di quella delle bancarelle, dei tempi delle scuole, che indosso in qualche partita goliardica con alcuni amici, e molte volte mi sono sentito domandare chi fosse sto numero 7, e io non posso che rispondere “Eh sapessi…”.

Mikhail

Amante del cinema, cintura nera di interismo da sempre, fonda Progetto Inter come angolo di sfogo, insieme al fratello Alessandro. Sognatore e innamorato dei calciatori più o meno falliti, spera che Suning e Spalletti riescano a raddrizzare la baracca. E magari sarebbe bello vedere Ausilio fuori dalle scatole.
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